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Tre operatori socio-sanitari di una Rsa in provincia di Milano non possono più lavorare in nessuna struttura d’Italia. Il 15 ottobre 2026 i carabinieri del Nas di Milano, coordinati dalla Procura di Lodi, hanno eseguito una misura cautelare interdittiva firmata dal gip. L’accusa: maltrattamenti e violenza sessuale su 4 anziane ospiti. Le violenze in Rsa sono state riprese da intercettazioni audio e video.
Questa storia conta perché le vittime non potevano raccontarla. Sono donne non autosufficienti, affidate a chi doveva vestirle e metterle a letto. Senza le telecamere piazzate dagli investigatori, nessuno avrebbe saputo nulla. Per noi la conclusione è una sola: le telecamere nelle Rsa devono diventare obbligatorie per legge, non lasciate alla buona volontà delle strutture. Il Parlamento ne discute dal 2016 e non ha mai chiuso il cerchio. Dieci anni di rinvii hanno un costo, e lo pagano le persone più deboli.
Cosa è successo nella Rsa del Milanese
Secondo la ricostruzione dei carabinieri del Nas, le violenze avvenivano nei momenti più delicati della giornata: quando le anziane venivano messe a letto e quando venivano vestite. Gli operatori, stando alle accuse, le afferravano per i capelli e le colpivano con schiaffi al volto e alla testa. Ai colpi si aggiungevano insulti, derisioni e frasi intimidatorie. Gli investigatori parlano di «reiterate vessazioni fisiche e psicologiche» e di «gravi e sistematici episodi di violenza».
Per i 2 operatori uomini c’è un’accusa in più, la violenza sessuale. I carabinieri scrivono che avrebbero agito «abusando della propria posizione di autorità e dello stato di totale vulnerabilità delle anziane». La terza indagata è una donna. Una quarta operatrice risulta indagata a piede libero per minacce aggravate. Il nome della struttura e il comune non sono stati resi pubblici, a tutela delle vittime.
Chi indaga e cosa prevede il provvedimento
L’inchiesta è della Procura della Repubblica di Lodi, competente anche su una parte dell’hinterland a sud-est di Milano. Il pubblico ministero ha chiesto la misura, il giudice per le indagini preliminari l’ha concessa. Non si tratta di un arresto: è un divieto assoluto di esercitare la professione di Oss in qualsiasi struttura sanitaria o socio-assistenziale, pubblica o privata, su tutto il territorio nazionale.
Il codice di procedura penale prevede che una misura interdittiva di questo tipo duri al massimo 12 mesi. In quel periodo l’indagine deve arrivare a una richiesta di processo, altrimenti il divieto decade. I 3 operatori sono indagati, non condannati: la loro responsabilità sarà decisa da un giudice.
Le pene previste e l’aggravante per chi colpisce i ricoverati
Il reato di maltrattamenti, articolo 572 del codice penale, prevede da 3 a 7 anni di carcere. La violenza sessuale, articolo 609-bis, va da 6 a 12 anni. A questo si aggiunge una norma che pochi conoscono. La legge 3 del 2018 ha inserito nel codice penale un’aggravante specifica: colpisce chi commette un reato contro persone ricoverate in strutture sanitarie o sociosanitarie, residenziali o semiresidenziali.
Lo Stato ha quindi già scritto nero su bianco che chi vive in una Rsa è più fragile e merita più protezione. Il problema è che una pena più alta serve solo se il reato viene scoperto. Qui è stato scoperto grazie alle telecamere degli investigatori, non grazie ai controlli della struttura.
Le telecamere obbligatorie: una legge ferma da 10 anni
Il 19 ottobre 2016 la Camera dei deputati approvò una proposta di legge che imponeva sistemi di videosorveglianza negli asili nido e nelle strutture per anziani e disabili. Il testo passò al Senato e lì si fermò. La legislatura finì nel 2018 senza un voto definitivo.
Nel 2019 il governo riprese il tema con la legge 55, nota come Sblocca cantieri. Quella norma ha creato un fondo per aiutare le strutture a installare telecamere, con stanziamenti dal 2019 al 2024. Ma non le ha rese obbligatorie. La scelta resta a chi gestisce la residenza, cioè proprio a chi dovrebbe essere controllato. Chi ha qualcosa da nascondere, non le mette. Chi lavora onestamente non ha un modo per dimostrarlo quando parte un’accusa.
I numeri: quanti anziani vivono in struttura e cosa trovano i controlli
Secondo l’Istat, nelle strutture residenziali italiane vivono oltre 250mila persone con più di 65 anni. È come se tutta Verona fosse ricoverata in una Rsa. Molti di loro hanno demenze o malattie che tolgono la parola e la memoria. Non possono telefonare a un figlio, non possono andare in caserma, spesso non ricordano cosa hanno subito la sera prima.
I controlli, quando si fanno, trovano problemi. Nell’aprile 2020, in piena pandemia, i Nas ispezionarono 601 Rsa in tutta Italia e ne trovarono irregolari 104, quasi una su sei. Le irregolarità erano di vario tipo, non tutte legate a violenze. Ma il dato dice una cosa semplice: senza un occhio esterno, una parte del sistema non funziona come dovrebbe.
I precedenti: casi simili scoperti sempre con i video
Questo non è un caso isolato. Nel dicembre 2024 a Parabiago, sempre in provincia di Milano, i carabinieri arrestarono un operatore socio-sanitario accusato di maltrattamenti e violenza sessuale su 2 anziane. Anche lì le prove arrivarono dalle registrazioni video. Nel gennaio 2025 a Latera, in provincia di Viterbo, i Nas arrestarono 3 operatori di una casa di riposo per maltrattamenti e, in un caso, violenza sessuale.
Il filo comune è sempre lo stesso: la denuncia di un familiare, poi mesi di indagini con telecamere nascoste, poi le misure. Ogni volta le violenze vanno avanti per settimane prima che gli investigatori abbiano abbastanza prove. Una telecamera fissa, con le immagini conservate e accessibili solo alla magistratura, accorcerebbe quel tempo e, soprattutto, scoraggerebbe chi alza le mani.
Cosa chiediamo
Chiediamo tre cose precise. La Procura di Lodi porti a processo gli indagati nei 12 mesi della misura, con l’aggravante prevista dalla legge 3 del 2018, se le accuse reggeranno. La Regione Lombardia, che accredita e paga le Rsa, verifichi quali controlli sono stati fatti in questa struttura negli ultimi anni e, se le violenze saranno accertate, revochi l’accreditamento. Il Parlamento approvi entro questa legislatura una legge che renda obbligatorie le telecamere in tutte le Rsa, con immagini cifrate e visibili solo su ordine di un giudice.
Gli operatori onesti, che sono la grande maggioranza, avrebbero finalmente uno strumento per difendersi da accuse infondate. Le famiglie avrebbero una garanzia. Le vittime che non possono parlare avrebbero una voce.
Quattro donne sono state salvate da una telecamera che nessuno era obbligato a mettere. La prossima volta potrebbe non esserci.
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