L’ho riletto tre volte, perché la prima non ci credevo. Nel 2025 la CGIL, il più grande sindacato d’Italia, quello che si presenta come difensore dei lavoratori, quello che riempie le piazze con i pugni alzati, chiama al boicottaggio di TEVA, multinazionale farmaceutica israeliana. Secondo loro nobile causa, applaudono i compagni.
Poi arriva il 2026, e arriva questo comunicato stampa, firmato da Filctem CGIL, Femca CISL e Uiltec UIL, datato 19 marzo 2026. Titolo: Gruppo TEVA: allarme per i siti TAPI in Italia. Villanterio a rischio chiusura, produzione in calo ovunque.
Leggete bene, la stessa CGIL che aveva soffiato sul fuoco del boicottaggio ora suona l’allarme perché TEVA starebbe smantellando la sua divisione TAPI in Italia. Villanterio (PV), Caronno Pertusella (VA), Santhià (VC), Rho (MI): quattro stabilimenti, mille lavoratori coinvolti, ordini crollati del 40%, commesse azzerate. E i sindacati, all’improvviso, scoprono che quella multinazionale israeliana tanto cattiva era anche la fonte di sostentamento per migliaia di famiglie italiane.
Il boomerang del boicottaggio
Non serve essere economisti, basta avere un minimo di coerenza logica. Quando organizzi una campagna di boicottaggio contro un’azienda, stai chiedendo che quella azienda venda meno, produca meno, guadagni meno; e quando un’azienda vende meno, produce meno, guadagna meno, indovinate un po’ chiude gli stabilimenti, licenzia, se ne va.
È elementare, è causa ed effetto, è il tipo di ragionamento che dovresti fare prima di lanciare una campagna, non dopo lamentarti dopo quando scopri che è in pericolo la tenuta occupazionale in Italia. Nel comunicato i sindacati si dichiarano pronti alla mobilitazione, chiedono un incontro con la direzione aziendale, vogliono garanzie economiche e occupazionali; minacciano assemblee dei lavoratori e il coinvolgimento delle istituzioni locali e nazionali. Tutto sacrosanto, tutto legittimo, ma dov’erano queste preoccupazioni nel 2025, quando si soffiava contro TEVA dai palchi delle manifestazioni?
Episodio italiano n. 9.675.332
Qualcuno su X ha già battezzato la vicenda: «Episodio italiano n. 9.675.332», ha ragione, perché questa storia non è una novità, è un genere letterario tra quelli più amati dagli italiani. È il copione che si ripete con una puntualità quasi commovente: prima la postura morale, poi il conto da pagare, infine la sorpresa indignata quando il conto arriva davvero. Non sto dicendo che la CGIL ha causato la deindustrializzazione di TEVA in Italia. Sto dicendo che non puoi sputare su un’azienda e poi piangere quando quella azienda decide che l’Italia non vale più la candela. Non puoi fare entrambe le cose. I lavoratori di Villanterio non hanno colpa, meritano tutela, rappresentanza, difesa. Questa è l’Italia che non riesce a crescere, non per colpa dei mercati, non per colpa delle multinazionali. Per colpa di una classe dirigente che sceglie la coerenza con le proprie narrazioni invece della coerenza con la realtà.



