Gianluca Lambusta, esperto di economia, ha dichiarato testualmente che “le università italiane falliranno nel 2027”. Ecco perché, secondo lui, tra pochi mesi ci saranno problemi ‘gravi’ per numerosi atenei.
Lambusta ha titolato il suo video “le università italiane falliranno nel 2027”. Ecco cosa ha detto nel corso del video: “Le università italiane stanno per andare in rosso. Non un buco generico, ma un buco con una data: gennaio 2027. E se pensi che questo non ti riguardi perché non hai figli all’università, ti stai sbagliando. Innanzitutto ti spiego perché: questo è uno dei primi conti che presenterà il conto”.
In estrema sintesi, c’entra la fine del PNRR, prevista proprio per dicembre 2026. Da quella data in poi, i finanziamenti europei smetteranno di essere rinnovati. “Il fondo PNRR non risolve il problema, lo maschera solo per qualche anno”, spiega Lambusta. A suo dire, le università italiane stanno usando una parte dei fondi europei, il PNRR, per coprire gli stipendi del personale. “Non per fare ricerca, non per costruire nuovi laboratori, non per lanciare corsi innovativi, ma per pagare stipendi. Quando questo fondo finirà, nel 2027, quei soldi spariranno”.
Le università italiane falliranno nel 2027
“Secondo punto: gli aumenti di risorse che arrivano dal bilancio pubblico, cioè quello che finanziamo con il nostro denaro, non bastano a coprire il buco. Il costo del personale è cresciuto più velocemente dei trasferimenti statali. Dal 2027 gli atenei accendono le luci, pagano le bollette, devono pagare le persone, ma avranno meno soldi sul conto. L’equazione è semplice ed è già scritta oggi”, prosegue.

Lambusta precisa che il PNRR è debito che lo Stato italiano ha con l’Unione Europea, vincolato a certi progetti. Non è denaro gratis. “Quando quella “benzina” finisce, succede sempre una di queste due cose: o lo Stato sostituisce quei fondi con le nostre tasse, oppure taglia i servizi (università, sanità, infrastrutture)”.
Il futuro delle università italiane
“Quarto punto: c’è sempre un effetto collaterale, come dicono gli americani, che non entra mai nei grafici. Università sotto pressione significa ricerca ferma, precariato più lungo e laureati bravi che se ne vanno. Una persona si forma a Milano e va a lavorare a Berlino: è un investimento pagato dall’Italia che produce valore e tasse in Germania. L’effetto cumulato di questo fenomeno, in 5 o 10 anni, vale punti di PIL”.
“E qui ti dico il mio pensiero: se continuiamo così, il sistema universitario italiano, per come lo conosciamo, non terrà il passo né di quello europeo né di quello mondiale. Alcuni poli reggeranno, ma molti altri verranno schiacciati tra bilanci in rosso e meno risorse. Chi può permetterselo cercherà la formazione migliore fuori dall’Italia. Oppure avremo pochi atenei ancora al top, mentre per tutti gli altri la formazione davvero competitiva rischia di diventare un lusso. O entri in pochi percorsi di eccellenza, oppure accetti di indebitarti, come nel lato peggiore del modello americano”.
“Il paradosso è questo: non stiamo andando verso la qualità diffusa del Nord Europa, ma verso un mix strano in cui i soldi pubblici non bastano e la formazione di alto livello diventa sempre più selettiva. Il PNRR non significa “soldi europei gratis”. È una boccata d’ossigeno temporanea che, quando finisce, ti restituisce il problema strutturale più grande di prima, perché nel frattempo ci hai costruito sopra spese fisse. È come coprire il mutuo con la carta di credito: funziona per un po’, finché non funziona più. E il 2027 è il momento in cui tutto questo smetterà di funzionare”.
@gianluca.lambusta Soldi spesi male e che porteranno le università a fare i conti a Gennaio 2027. #soldi #finanza #terapiafinanziaria #news #universita




