Perché siamo una società maschilista che fa finta di niente: è tutto nascosto nelle parole

Il maschilismo si nasconde in alcune frasi idiomatiche che diciamo ogni giorno. La parità dei sessi può e deve partire dalla parole.

Direttore

Laureato in Scienze della Comunicazione e Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica presso l’Università Federico II, giornalista pubblicista dal 2017, Antonio comincia a lavorare giovanissimo per Calciomercato.it, la sua passione per i motori però lo porta presto a cambiare rotta e ad approdare a Tuttomotoriweb.it. Negli anni collabora anche con FoxSports.it e Motorsport.com occupandosi di F1, MotoGP, Formula E, SBK, WRC, MXGP, Endurance e Automotive. Dal 2022 è direttore di TuttoMotoriWeb e a partire dal 2026 è direttore di Tuttonotizie.eu.

Il maschilismo si nasconde in alcune frasi idiomatiche che diciamo ogni giorno. La parità dei sessi può e deve partire dalla parole.

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Le parole sono importanti, hanno un loro peso, ci si può giocare e messe in fila in un certo modo possono assumere significati assurdi, a volte addirittura distanti dal non pensiero, nonostante siamo stati stesso noi a pronunciarle. Da anni in Italia (ma anche in parte nel resto del mondo) si combatte una battaglia per la parità dei sessi e abbattere un maschilismo che serpeggia in mezzo alla nostra società.

Quel maschilismo però si nasconde anche nelle parole, quelle che pronunciamo ogni giorno, figlie di un retaggio che non riusciamo proprio a tirare giù. Non mi riferisco naturalmente alle declinazioni e alle forzature lessicali, quelle lasciano il tempo che trovano, la lingua cresce, si deforma, si arrotola su sé stessa e nel contesto in cui si trova, non è l’italiano che bisogna cambiare, ma la nostra forma mentis. Non sono le parole ad essere sbagliate, ma l’uso che ne facciamo.

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Le frasi maschiliste che diciamo ogni giorno

Vi porto qui un esempio semplice, innocente, che avrete sentito o ancora sentite ai matrimoni. Di solito il primo augurio che viene fatto ai novelli sposi è sempre lo stesso: “Auguri e figli maschi”. Una frase semplice e banale che nasconde un qualcosa che sembra fuori dal tempo e lo è. La frase in oggetto deriva da un nostro retaggio antico: i figli maschi, infatti, erano forza lavoro, venivano impiegati magari nei campi o in qualsiasi altra attività ricopriva il padre in quel momento storico.

Quindi “augurare figli maschi” all’epoca, voleva dire augurare alla famiglia di avere più braccia lavoro per sostenersi. Parliamo di un’altra epoca, in Italia, infatti, solo dal 1967 è entrata in vigore la legge che tutela i lavoratori minorenni e ne vieta categoricamente l’impiego sotto i 15 anni.

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Ci sono poi altre frasi che vanno a ricalcare quello stesso modello, pensate ad esempio a “Moglie e buoi dei paesi tuoi”, una frase che mette la donna sullo stesso piano del bestiame. Si potrebbe continuare davvero all’infinito, ma pensate solo quante volte avete sentito dire “Quella donna ha gli attributi” o ancora “Quella è una donna con i pantaloni”, frasi che nascondono una sola assonanza: il maschio è superiore, la donna per essere superiore deve somigliare al maschio quindi “deve avere gli attributi” o “deve portare i pantaloni”. Quante volte invece avete visto ragazzini cadere e mettersi a piangere ed essere presi in giro da zii o genitori con questa frase: “Non fare la femminuccia”. Insomma le parole non ci lasciano scampo e ci ingabbiano in un retaggio da cui dovremmo allontanarci, prendere le distanze perché non sappiamo davvero quando raggiungeremo la parità dei sessi, ma potremmo quantomeno cominciare dall’uso che facciamo con le parole.

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