Fort Hood, Trump ferma Hegseth: la fucilazione di Nidal Hasan il 3 dicembre non sarà in streaming

Trump cancella la diretta streaming della fucilazione di Nidal Hasan annunciata da Hegseth: date, sentenze, precedenti e cosa deve fare ora il Congresso.

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato giovedì 15 ottobre 2026, con un post su Truth Social, che la fucilazione di Nidal Hasan, l’ex maggiore autore della strage di Fort Hood del 2009, non sarà trasmessa in streaming. L’esecuzione resta fissata per il 3 dicembre nella base texana. Salta così il piano annunciato una settimana prima dal segretario alla Difesa Pete Hegseth.

La retromarcia è giusta, ma arriva tardi e lascia aperto il problema vero. Per sette giorni il governo americano ha tenuto in piedi l’idea di mostrare a milioni di persone un uomo ucciso dallo Stato, e lo stesso Trump aveva detto di averla approvata. Noi restiamo contrari alla pena di morte, come la Costituzione italiana che la vieta all’articolo 27. Ma qui la questione è più semplice: chi ha proposto la diretta deve spiegare al Congresso come ci è arrivato. Spegnere un incendio acceso dentro il proprio governo non è un merito.

Cosa ha detto Trump il 15 ottobre

Nel post il presidente ha scritto che Hasan «morirà, come previsto, davanti a un plotone di esecuzione, ma questo evento non sarà trasmesso in streaming». Ha aggiunto che i familiari più stretti delle vittime potranno assistere di persona, se lo vorranno, perché «meritano di vedere la giustizia».

Trump non ha rinnegato l’idea di fondo. Ha scritto che mostrare l’esecuzione «avrebbe potuto essere un forte deterrente» per far vedere al mondo come l’America tratta i terroristi. Ha però riconosciuto che «molte persone molto buone e in buona fede preferirebbero non vederlo morire, in streaming o con qualsiasi altro mezzo visivo». La decisione, quindi, nasce dal rifiuto dell’opinione pubblica, non da un ripensamento sul principio.

La cronologia: dall’approvazione alla diretta annunciata

La sequenza dei fatti è questa. Il Pentagono ha comunicato lunedì 5 ottobre che Trump aveva approvato l’esecuzione di Hasan tramite plotone di esecuzione, su raccomandazione di Hegseth. Martedì 6 ottobre il segretario dell’Esercito facente funzioni Adam Telle ha firmato il memorandum che fissa la data: 3 dicembre 2026, alle 13 ora locale, a Fort Hood, la stessa base della strage. Le regole dell’Esercito prevedono che l’esecuzione avvenga tra 60 e 150 giorni dopo la firma del presidente.

Mercoledì 8 ottobre Hegseth ha detto in un’intervista televisiva che il governo si sarebbe assicurato «che le persone possano guardarla, che sia pubblica». Il giorno dopo funzionari del Pentagono hanno confermato che l’esecuzione sarebbe stata trasmessa in streaming. Nei giorni seguenti, a domanda dei cronisti, Trump ha risposto di aver approvato quel piano «assolutamente». Poi ha cambiato linea: prima ha detto che avrebbe deciso lui, infine ha cancellato la diretta.

Qui sta la contraddizione documentata. Lo stesso presidente ha detto di aver autorizzato la diretta e, pochi giorni dopo, l’ha vietata. Nel mezzo non c’è un fatto nuovo sul caso Hasan, ma solo la reazione dell’opinione pubblica e di parlamentari di entrambi i partiti. Anche il vicepresidente JD Vance, secondo quanto riferito da Washington, aveva espresso disagio sul piano.

Chi è Nidal Hasan e cosa dicono le sentenze

Nidal Malik Hasan, oggi 56 anni, era maggiore e psichiatra dell’Esercito. Il 5 novembre 2009 aprì il fuoco dentro la base di Fort Hood, in Texas: 13 morti e 32 feriti. Fu colpito dagli agenti intervenuti e da allora è paralizzato dalla vita in giù. Durante il processo ammise di aver sparato e descrisse l’attacco come un atto di jihad.

Nel luglio 2013 una corte marziale, composta da 13 ufficiali, lo ha riconosciuto colpevole di 13 omicidi premeditati e 32 tentati omicidi e ha votato all’unanimità la condanna a morte. La Corte d’appello delle forze armate ha confermato la sentenza e la Corte suprema ha poi rifiutato di esaminare il ricorso. Hasan è quindi un condannato con sentenza definitiva: la giustizia, per le vittime, è già passata in un’aula.

Secondo il codice di giustizia militare, una condanna a morte non può essere eseguita senza la firma del presidente. Il percorso parte dal segretario dell’Esercito, passa dal segretario alla Difesa e si chiude alla Casa Bianca. Ogni scelta su questa esecuzione, compreso il modo di mostrarla, porta dunque la firma di Trump e di Hegseth.

I precedenti: 65 anni senza esecuzioni militari

Le forze armate americane non eseguono una condanna a morte dal 1961, cioè da 65 anni: un’intera vita lavorativa. L’ultima fucilazione di un militare risale alla Seconda guerra mondiale. Per questo il caso Hasan è un passaggio storico, e per questo il modo in cui viene gestito pesa.

Le esecuzioni pubbliche, un tempo normali negli Stati Uniti, sono state abolite stato dopo stato tra Ottocento e primo Novecento. L’ultima riconosciuta come tale si tenne in Kentucky nel 1936, davanti a una folla. Una diretta streaming avrebbe riportato quella folla su ogni telefono, 90 anni dopo.

Sul piano legale, il giornale di diritto della sicurezza nazionale della Georgetown Law ha analizzato la questione. La Corte d’appello militare ha confermato la condanna senza pronunciarsi sulle modalità dell’esecuzione e ha dichiarato di non avere giurisdizione su ricorsi successivi. Un’eventuale contestazione sul modo in cui Hasan verrà giustiziato finirebbe quindi davanti ai tribunali federali ordinari.

L’argomento del deterrente non regge

Trump insiste che la diretta sarebbe stata un deterrente. John Donohue, professore di diritto a Stanford che da anni studia gli effetti della pena di morte, ha dedicato un’analisi proprio alla proposta di trasmettere l’esecuzione. Il punto, per noi, è semplice: nessuno ha mai dimostrato che mostrare una morte riduca gli attentati. Hasan agì nel 2009 sapendo di rischiare la vita. La pena capitale esisteva già, e non lo fermò.

C’è poi un argomento che vale anche per chi la pena di morte la sostiene. Un’esecuzione mostrata in diretta non aggiunge nulla alla sentenza del 2013. Aggiunge solo spettacolo, e lo spettacolo serve a chi lo organizza, non alle vittime. Le famiglie potranno assistere di persona: è una scelta loro, privata, e va rispettata. Il resto del mondo non ha bisogno di guardare.

Cosa deve succedere adesso

Mancano due cose. La prima è un atto scritto: finora il divieto della diretta esiste solo in un post sui social del presidente. Trump e il Pentagono mettano il divieto nero su bianco, in una direttiva ufficiale, così che nessun funzionario possa riaprire il tema a novembre.

La seconda è la responsabilità. Hegseth ha annunciato pubblicamente la diretta, i suoi uffici l’hanno confermata, e il presidente ha detto di averla approvata. La commissione Forze armate del Senato convochi Hegseth e gli chieda chi ha lavorato a quell’ipotesi, con quali pareri legali e con quale costo. Il governo italiano, che dal 2007 sostiene all’ONU la moratoria mondiale sulla pena di morte, ribadisca a Washington la sua posizione.

Uno Stato serio applica le sentenze in silenzio e non manda in onda la morte.

Fonti

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Tag:Stati Uniti