Arrestato per tortura a Torino: 12 ore legata e seviziata, l’allarme è partito dai medici di Chieri

Chieri: donna in ospedale con le fascette alle caviglie dopo 12 ore di violenze. Compagno arrestato per tortura a Torino, il gip dispone il carcere.

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Un uomo è stato arrestato per tortura a Torino dai carabinieri della Compagnia di Chieri. Secondo gli investigatori, ha tenuto la compagna legata con fascette di plastica e l’ha sottoposta per circa 12 ore a violenze fisiche e psicologiche. La donna è arrivata in ambulanza all’ospedale di Chieri il 3 ottobre 2026. Il giudice per le indagini preliminari di Torino ha convalidato l’arresto e disposto il carcere.

La notizia conta perché smonta un’etichetta comoda: quella del gioco erotico finito male. Per noi l’etichetta è sbagliata e pericolosa. Un incontro concordato non è un assegno in bianco. Chi resta legato, ferito e senza possibilità di scelta per mezza giornata non sta più partecipando a niente: sta subendo. La Procura di Torino ha scelto il reato di tortura, articolo 613-bis del codice penale, e noi riteniamo che la scelta sia giusta. L’uomo resta un indagato e la sua responsabilità andrà provata davanti a un giudice.

Cosa è successo a Chieri il 3 ottobre

Secondo la ricostruzione dei carabinieri, i due avevano concordato un rapporto sessuale con pratiche estreme, nel mondo che viene chiamato Bdsm. Poi l’uomo, sempre secondo gli investigatori, ha cominciato azioni violente diverse da quelle stabilite. Le ha legato mani e piedi con fascette di plastica. L’ha colpita con un taser artigianale, ricavato da una racchetta elettrica per le zanzare modificata. L’ha colpita con una pistola ad aria compressa. L’ha picchiata e l’ha stretta al collo fino a lasciarle i segni.

Dopo ore la donna è riuscita a chiamare il 112. Un’ambulanza l’ha portata all’ospedale di Chieri. Aveva ancora le fascette strette alle caviglie, lesioni su tutto il corpo, segni di strangolamento al collo e un trauma al volto. Ai medici ha detto di essersi opposta in modo esplicito alle violenze e di aver ritirato il consenso dato all’inizio.

L’allarme dei medici e cosa hanno trovato i carabinieri in casa

Il personale dell’ospedale ha avvertito subito i carabinieri. Questo passaggio non è un gesto di buona volontà: è un obbligo di legge. L’articolo 365 del codice penale impone a chi esercita una professione sanitaria di fare referto quando presta assistenza in casi che possono presentare i caratteri di un delitto perseguibile d’ufficio. Chi non lo fa rischia una multa. A Chieri medici e infermieri hanno fatto quello che la legge chiede, e lo hanno fatto in fretta.

I militari hanno raccolto la testimonianza della donna e sono andati nell’abitazione della coppia. Hanno trovato l’uomo mentre riordinava la casa. Secondo i carabinieri, appariva visibilmente sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Lui ha sostenuto che anche la compagna ne avesse fatto uso: è una sua dichiarazione, senza riscontri resi noti. L’appartamento era in disordine, in condizioni che gli investigatori giudicano compatibili con una colluttazione.

In una stanza c’era uno strumento di bloccaggio artigianale fissato al muro. Secondo quanto l’uomo stesso ha riferito ai militari, serviva a tenere la compagna sospesa per i polsi. In altri locali i carabinieri hanno trovato il taser ricavato dalla racchetta per zanzare, una pistola a gas con numerosi proiettili e vari strumenti con punte e catene di metallo.

Perché l’accusa è tortura e non solo lesioni

Il reato di tortura esiste in Italia solo dal 2017, con la legge 110. Prima mancava, nonostante una condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo per i fatti della scuola Diaz di Genova. L’articolo 613-bis punisce con la reclusione da 4 a 10 anni chiunque, con violenze o minacce gravi o agendo con crudeltà, provoca acute sofferenze fisiche o un trauma psichico verificabile a una persona privata della libertà personale. La pena aumenta se dai fatti deriva una lesione.

Il reato è comune: lo può commettere chiunque, non solo un pubblico ufficiale. E la norma non chiede che la vittima fosse privata della libertà contro la sua volontà fin dal primo minuto. Chiede che fosse privata della libertà quando le sofferenze sono state inflitte. Una persona legata mani e piedi con fascette, o appesa per i polsi a un gancio, non è libera. Per questo il consenso iniziale a un incontro non cancella niente: conta cosa è successo dopo, quando lei ha detto di fermarsi.

Il giudice per le indagini preliminari ha condiviso l’impostazione della Procura. Ha convalidato l’arresto e applicato la custodia cautelare in carcere, la misura più dura che esiste prima di un processo. Per applicarla servono gravi indizi di colpevolezza e un pericolo concreto, per esempio che il fatto si ripeta.

Il consenso si ritira in ogni momento: cosa dice la legge italiana

L’Italia ha ratificato nel 2013, con la legge 77, la Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne. L’articolo 36 chiede agli Stati di punire ogni atto sessuale compiuto senza il consenso libero della persona. Un consenso dato alle 20 non vale alle 8 del mattino dopo. Chi continua dopo un basta non sta più giocando.

Il codice penale però è rimasto indietro. L’articolo 609-bis, scritto nel 1996, descrive la violenza sessuale come atto compiuto con violenza, minaccia o abuso di autorità. Il 19 novembre 2025 la Camera ha approvato all’unanimità la proposta di legge C. 1693-A, che riscrive la norma intorno al consenso libero e attuale. Il testo è passato al Senato, dove in commissione Giustizia, già dalla seduta del 25 novembre 2025, il percorso si è complicato con proposte di cambiare impostazione. La riforma va approvata nella versione votata dalla Camera, senza annacquamenti.

Nel caso di Chieri questo nodo pesa meno, perché la Procura ha scelto la tortura, che non dipende dalla prova della violenza sessuale. Ma la contraddizione resta: lo Stato ha firmato nel 2013 un impegno sul consenso e nel 2026 non lo ha ancora scritto nel codice.

Chi fa più male alle donne: i numeri dell’Istat

I carabinieri non hanno reso nota la nazionalità dell’uomo, e non ha importanza per capire il fatto. I dati dicono altro. L’ultima grande indagine Istat sulla sicurezza delle donne, pubblicata nel 2015 su dati 2014, calcola che il 31,5% delle donne tra 16 e 70 anni ha subito nella vita una violenza fisica o sessuale. Sono circa 6,8 milioni di persone, più degli abitanti del Lazio. E il 62,7% degli stupri è stato commesso da un partner attuale o precedente. Il pericolo, nella grande maggioranza dei casi, dorme nella stessa casa.

Lo stesso rapporto dice che solo una piccola parte delle vittime denuncia. Per questo il referto dell’ospedale di Chieri è decisivo: senza quella segnalazione, molti casi come questo non arrivano mai a una procura.

Cosa succede adesso

L’uomo è in carcere in attesa delle indagini. La legge 69 del 2019, il cosiddetto Codice rosso, impone al pubblico ministero di ascoltare la vittima entro 3 giorni dall’iscrizione della notizia di reato per i delitti di violenza domestica e di genere. La Procura di Torino dovrà decidere se contestare, oltre alla tortura, anche la violenza sessuale e le lesioni. L’indagato potrà chiedere il riesame della misura cautelare davanti al tribunale.

Le nostre richieste sono tre. La Procura di Torino chiuda le indagini e porti il caso a giudizio in tempi brevi, con tutte le accuse che le prove reggono. Il Senato approvi la riforma dell’articolo 609-bis nel testo uscito dalla Camera, mettendo il consenso al centro. Le direzioni sanitarie diano riconoscimento pubblico al personale dell’ospedale di Chieri, perché il referto fatto bene e subito è la prima difesa delle vittime.

Una donna arrivata in pronto soccorso con le fascette alle caviglie non è la protagonista di un gioco: è la prova che qualcuno non si è fermato.

Fonti

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