La nuova scoperta italiana del team della professoressa Giovanna Cristina Varese, potrebbe presto far dire addio agli sprechi: gli scarti potranno diventare nuovo cibo.
Il team della professoressa Giovanna Cristina Varese ha fatto una straordinaria scoperta nella biobanca dell’Orto botanico torinese. Si tratta di un microrganismo capace di trasformare gli scarti in proteine a basso costo. Attualmente si è in attesa del brevetto. Nell’Orto botanico di Torino esiste una stanza denominata Mycoteca Universitatis Taurinensis che custodisce più di 7mila microrganismi.
Tutti sono conservati in piccole celle frigorifere, precisamente a -152 gradi centigradi. Proprio tra questi, i ricercatori del Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi dell’Università di Torino hanno individuato una sorta di fungo microscopico. Quest’ultimo, sarà capace di trasformare gli scarti dell’industria alimentare in proteine che avranno un alto valore nutrizionale.
Il fungo che trasforma gli scarti del cibo in proteine: la scoperta italiana
Non si tratta di una novità assoluta, in quanto le microproteine sono studiate dagli scienziati da decenni. Nel 1993 anche un’azienda inglese aveva iniziato a produrre proteine da un particolare tipo di fungo, vendute poi come Quorn. Il principio di base è esattamente lo stesso, ma il problema era il costo. La produzione, inoltre, prevedeva parecchio tempo e l’aggiunta di albume d’uovo. Il progetto dell’Università di Torino, invece, rappresenta un vero e proprio punto di svolta. Il processo, inoltre, non è estremamente complicato. Infatti, si raccoglie il fungo coltivato dagli scarti di lavorazione delle varie aziende agroalimentari. Possono essere, per esempio bucce di mele, residui di cereali o anche altri tipi di bucce, come quelle delle nocciole.

Tutti materiali che contengono abbastanza sostanze nutritive. Normalmente, infatti, le imprese pagano per smaltirle e che invece il fungo assimila e trasforma in una biomassa composta per metà da proteine. Il prodotto, sarà poi versatile e lavorabile. Lo si può essiccare in polvere da assumere come integratore, ma non solo. Si può anche trasformare in un vero e proprio alimento, come hamburger, barrette o altri tipi di carne come le salsicce, ad esempio. Non si tratta di carne vera e propria e, per questo, è adatta anche ai vegani e ai vegetariani.
Il problema del tempo
L’unico vero problema, attualmente, resta il tempo. La fermentazione, infatti, non solo richiede energia, ma anche tempo. Per questo ha costi più elevati, La multinazionale piemontese, in collaborazione con Unito, ha posto una chiara ed unica condizione. Il risultato corrette deve essere raggiunto in soli 4 giorni di fermentazione. La vera grande novità del team della professoressa Varese è che ci è riuscito entro i termini indicati.
La stessa ricercatrice, infatti, ha spiegato che il prodotto ottenuto in poco tempo è di qualità e sostenibile sia sul piano alimentare che su quello economico. I dettagli tecnici al momento restano riservati perché si attende ancora il brevetto dopo ben tre anni di lavoro. A differenza della carne coltivata in laboratorio, di fatto non ancora venduta, il fungo promette prodotti vari, commestibili anche da chi non desidera mangiare carne (o prodotti da essi derivata).
