Gli insulti in politica sono ormai diventati una consuetudine. Cerchiamo di capire nello specifico quanto servono davvero.
Chi ha qualche capello bianco non potrà fare altro che ricordare di quando la politica era diversa e metterla a paragone con quella di oggi, decisamente più popolare, a volte anche troppo. I vecchi politici, infatti, utilizzavano il più delle volte un linguaggio aulico, quasi di difficile comprensione per il popolo. D’altronde basta ascoltare un vecchio dibattito televisivo per capirne le differenze.
Oggi la situazione è decisamente cambiata e alcuni esponenti della politica si lasciano andare anche a frasi volgari e insulti bassi nei confronti dei propri avversari. Un certo imbarbarimento del linguaggio che a tante persone non piace, ma che poi trova riscontro nei fatti, con i sondaggi che premiano determinati comportamenti.
La ricerca che svela la verità
Questa cosa ha destato l’attenzione dei ricercatori dell’Università di Notre Dame negli USA in South Bend, Indiana. Hanno esaminato nello specifico 2,2 milioni di dichiarazioni pubbliche espresse dai vari membri del Congresso USA, compresi anche i post social, nel periodo tra il 2023 e il 2025. Il dato che è venuto fuori è che un politico che “insulta” un avversario riceve in media 606 condivisioni rispetto alle 244 di uno che scrive di temi politici.
La motivazione dietro tutto questo è che l’insulto suscita maggiore attenzione da parte dei media che ne parlano di più e per maggiore tempo, offrendo più risonanza anche al politico stesso. Lo stesso accade sui social quando un politico usa un linguaggio colorito, l’insulto, infatti, viene colto subito dall’utente, che ne viene catturato.
Insomma in soldoni, utilizzare gli insulti in politica serve a catalizzare maggiormente l’attenzione del pubblico e per questo, dati alla mano funziona. Certo, ai puristi della lingua di Dante, piacerebbe di più vedere usare un linguaggio diverso da chi oggi siede sulle poltrone che in passato hanno ospitato i nostri padri costituenti.

