Cerchiamo di capire perché noi oggi non siamo mai soddisfatti delle nostre vita nonostante una situazione di benessere generale.
Stiamo vivendo un momento di relativo benessere, naturalmente non ci riferiamo alle guerre e ai problemi economici in cui versa il nostro Paese, piuttosto al raggiungimento di uno status che anni e anni fa non esisteva. Pensiamo al viaggiare, ai vari svaghi che abbiamo e al cibo che chi più, chi meno riesce a mettere in tavola ogni giorno. La situazione è decisamente migliorata rispetto a 100 anni fa, eppure siamo eternamente infelici, più dei nostri genitori, molto più dei nostri nonni.
Il motivo risiede in parte sul modulo su cui è fondata la nostra società. Una società fondata sul consumismo e sul piacere che ne deriva. Questo crea un circolo vizioso di perenne insoddisfazione. Uno dei fenomeni più pressanti è quello dell’adattamento edonico, ovvero la rapidità con cui svanisce la felicità per un nuovo acquisto, che ci porta poi a desiderarne subito un altro. È come una sorta di droga i cui effetti si esauriscono in brevissimo tempo. A parlare di questo argomento ci hanno pensato nel 1971 nel loro “Hedonic Relativism and Planning the Good Society”, Brickman e Campbell.
Secondo gli autori l’uomo tende a mantenere un livello di felicità di base stabile, nonostante eventi esterni gli facciano avere delle fluttuazioni in positivo o in negativo. Questo perché man mano che una persona guadagna più denaro, la sua felicità non va di pari passo poiché aumentano invece di pari passo anche aspettative e desideri.
Cos’è il paradosso della felicità e perché il nostro reddito non ci basta mai
A tal proposito è interessante anche il paradosso della felicità, una nozione introdotta nel 1974 da Richard Easterlin. Secondo questo professore di economia dell’Università della California, la felicità dipende molto poco dalle variazioni di reddito. Secondo questo paradosso, quando aumenta il reddito, la felicità umana comincia ad aumentare, ma solo sino ad un certo punto, perché poi inizia a decrescere, seguendo una curva a forma di parabola, con concavità verso il basso.

A tutto questo va sommato anche la comparazione sociale. Grazie ai social noi siamo esposti oggi costantemente al confronto con gli altri che a loro volta non sempre ci mostrano la loro vera vita, piuttosto ne creano una artefatta per il web. Infine il nostro costante desiderio a volere di più ci spinge a lavorare di più aumentando di fatto il nostro livello di stress. Insomma, in definitiva, bisognerebbe distaccarsi dal desiderio di volere ciò che hanno gli altri e concentrarsi piuttosto su ciò che si vuole davvero per sé stessi per ritrovare nuovamente la felicità.
