Succede sempre, che sia una serie su Netflix o un film d’azione a Hollywood: il protagonista riceve una chiamata urgente e al termine della stessa… clack. Riattacca. Niente “va bene”, niente “ci vediamo dopo”, tantomeno un cordiale “buon pomeriggio”.
Nella finzione cinematografica, questo gesto appare potente e deciso. Nella vita reale, se chiudessi una telefonata così con tua madre o con il tuo capo, scatterebbe l’allarme rosso. Ti richiamerebbero dopo due secondi pensando a un problema tecnico o, peggio, che tu sia diventato improvvisamente un maleducato. Ma perché esiste questo abisso tra la realtà e il grande schermo? La risposta non riguarda la maleducazione degli attori come Brad Pitt o Tom Cruise. Non è nemmeno una scelta casuale dei registi come Christopher Nolan o Quentin Tarantino. Il motivo è puramente tecnico e nasconde una gestione maniacale del tempo che noi, per fortuna, non dobbiamo affrontare durante una telefonata.
Entriamo nel mondo della sceneggiatura. Ogni pagina di un copione corrisponde a circa un minuto di riprese. In un’industria dove ogni secondo di produzione costa migliaia di dollari, il tempo è denaro. Inserire i convenevoli in ogni chiamata sarebbe inutile e costoso. Ad esempio, in una scena di tensione di Mission Impossible, se il protagonista perdesse cinque secondi a salutare, la tensione crollerebbe istantaneamente. Il montaggio deve essere serrato. Se un dialogo non fornisce informazioni vitali o non rivela il carattere di un personaggio, finisce nel cestino della post-produzione. Le azioni quotidiane che noi compiamo per abitudine sono un veleno per il ritmo cinematografico. Nei film si vede raramente qualcuno che va in bagno, che cerca le chiavi di casa per tre minuti o che aspetta che il caffè si raffreddi. Sono momenti morti. I saluti telefonici rientrano esattamente in questa categoria.

Il test del Guardian e il fallimento sociale: la finzione dei film non è realtà
Ma cosa succede se proviamo a portare questo atteggiamento nelle nostre vite? Un lettore del celebre quotidiano britannico The Guardian ha deciso di fare un esperimento sociale. Ha smesso di salutare alla fine di ogni chiamata per una settimana. Voleva sentirsi efficiente, rapido, quasi come un personaggio di un film di 007. Il risultato è stato un disastro totale. I suoi amici lo richiamavano preoccupati. I colleghi pensavano che avesse problemi di linea con il suo operatore telefonico. La sua fidanzata si è offesa profondamente. Questo accade perché il linguaggio umano si basa sulla fase di chiusura. Senza il saluto, il nostro cervello percepisce una violazione delle regole sociali di base.
Il cinema gioca con una sorta di patto non scritto con lo spettatore. Accettiamo che i personaggi non vadano in bagno o non dicano “ciao” perché vogliamo vedere l’azione. Nella vita vera, invece, il saluto serve a confermare che il legame emotivo è intatto. Oggi la nostra comunicazione è diventata frammentata con i messaggi vocali e le chat dove il saluto è quasi scomparso. Eppure, questo non vale nelle telefonate. Il paradosso è incredibile: cerchiamo la massima velocità nei nostri dispositivi, ma pretendiamo la massima cortesia al cellulare.
Gli sceneggiatori moderni hanno ormai smesso persino di scrivere i saluti nei dialoghi. Sanno già che il regista o il montatore li taglierebbero durante la revisione finale. Abbiamo imparato a non farci caso mentre guardiamo i film, ma continuiamo a trovarlo assurdo se lo subiamo dal vivo. Il cinema è un’illusione di perfezione ritmica. Noi siamo esseri fatti di pause, incertezze e “allora a presto”. Ed è proprio questa imperfezione a renderci umani, anche se meno eroici di un protagonista di Hollywood. Non resta godersi a prescindere la velocità dei film, tenendoci stretti i nostri lunghi saluti.
