Dal Hantavirus all’Ebola: come riconoscere una fake news su un’epidemia in 60 secondi: il checklist usato dai fact-checker EU

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Autore, scrittore, provocatore.
Racconto storie scomode di cui nessuno parla, per dar voce a chi non ne ha. Ah, ho vinto il premio Forbes Italia 2025 per la categoria "Tech".

Mi sono ritagliato questo spazio sul giornale di cui sono Editore per parlarvi di tutto il futuro che si trova nel nostro presente. Proverò ad aiutarvi a districarvi nel mondo delle fake news, della disinformazione e della manipolazione mediatica.

Come riconoscere una fake news sanitaria in 60 secondi: la guida nel mio stile

C’è un account su TikTok che si chiama hantavirusitalia1. Da settimane pubblica la stessa identica scena, generata con l’intelligenza artificiale: un letto d’ospedale, un paziente con la maschera, un medico che parla in italiano, una voce fuori campo che annuncia “il primo caso di hantavirus in Italia”. Lo annuncia ogni due giorni. Sempre il primo. Cambia la corsia, cambia il paziente, ma resta sempre il primo caso. Centinaia di migliaia di visualizzazioni. Decine di migliaia di condivisioni. Lo ha smascherato il fact-checker italiano BUTAC, ma intanto la macchina ha già lavorato.

La pagine Hantavirusitalia1

In Italia, di hantavirus, non c’è un solo caso confermato. Lo dice l’Istituto Superiore di Sanità. Il vero focolaio è altrove: tredici persone contagiate sulla nave da crociera olandese MV Hondius, tre morti, virus contratto in un’escursione di birdwatching tra Argentina e Cile. L’ECDC valuta il rischio per l’Europa “molto basso”. In Italia non esiste neanche il roditore che fa da serbatoio al ceppo Andes. Punto. Fine. Questo è il fatto.

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E poi c’è quello che gira intorno al fatto, ed è qui che ci giochiamo qualcosa di serio.

Nei due giorni successivi al primo caso documentato, in Francia, i ricercatori hanno contato cinquemila post falsi su Facebook. In Italia, secondo un monitoraggio dell’Università di Pisa, la produzione di contenuti complottisti sull’hantavirus è cresciuta del cinquecento per cento in una settimana. Otto post virali su dieci, in Francia, contenevano informazioni manipolate. L’epidemiologo Massimo Ciccozzi, del Campus Bio-Medico di Roma, intervistato da LaPresse, ha usato una formula che dovrebbe stare scritta sui muri delle scuole: “Il vero pericolo dell’hantavirus è l’epidemia di disinformazione”.

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Te lo lascio rileggere. Un epidemiologo. Uno che di mestiere studia come si diffondono i virus. Ti dice che il pericolo più grande non è il virus, è la bugia che ci gira attorno.

Allora oggi ti insegno una cosa che a scuola non ti hanno insegnato e in televisione non ti spiegheranno mai. Te la insegno io perché in questo Paese l’alfabetizzazione mediatica è un’utopia, e perché i sessanta secondi che separano un cittadino informato da un megafono inconsapevole della propaganda altrui valgono più di mille editoriali.

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Sette mosse. Sessanta secondi. È il metodo che usano ogni giorno EDMO, l’osservatorio europeo della disinformazione con sede a Bruxelles, EU DisinfoLab, e i fact-checker certificati dall’IFCN, la rete internazionale dei fact-checker indipendenti. Vale per l’hantavirus, varrà per la prossima epidemia, vale per qualsiasi bufala sanitaria ti arrivi sul telefono stasera.

Infografica riepilogativa del fact check sanitario

Uno. Chi pubblica.

Apri il dominio del sito che ha messo online la notizia. Cerca la pagina “Chi siamo” o “Redazione”. Se non esiste, o se trovi solo un indirizzo email anonimo senza nomi, senza partita IVA, senza recapiti reali, primo allarme. Vuoi essere sicuro? Vai su whois.com, scrivi il dominio, ti dice quando è nato. I siti di disinformazione hanno una caratteristica strutturale: vengono registrati pochi giorni prima del lancio della bufala, sparano l’articolo virale, monetizzano il traffico pubblicitario, e poi spariscono. Dieci secondi.

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Due. Chi firma.

Cerca il nome dell’autore dell’articolo. Se manca, o se l’articolo è firmato “Redazione” o “Admin”, secondo allarme. Se c’è un nome, verificalo su LinkedIn o sui registri professionali. Per i giornalisti esiste l’Ordine. Per i medici esiste il portale della FNOMCEO. Una testata seria identifica sempre il responsabile, perché è quella firma a rispondere legalmente di quello che pubblica. Otto secondi.

Tre, la più potente. L’immagine.

Salva la foto principale dell’articolo, oppure tieni premuto il dito sopra di essa sul telefono e seleziona “cerca con Google”. Si chiama Google Lens. È gratis. Ce l’hai già installato. Esiste anche TinEye, che fa lo stesso lavoro. In tre secondi ti dice da dove arriva davvero quella foto, in quali siti è già apparsa, di che anno è. Una delle tecniche più sporche e ricorrenti della disinformazione sanitaria è il riciclo: foto del 2020, le file di bare di Bergamo, gli ospedali di Wuhan, ribattezzate con l’epidemia di oggi. Una passata su Google Lens e l’inganno crolla. Questa singola mossa smonta da sola il quaranta per cento delle bufale che ti arrivano. Quindici secondi.

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Quattro. Le citazioni.

Se l’articolo riporta tra virgolette le parole di un medico, di un virologo, di un ministro, copia la frase intera e incollala su Google. Una citazione autentica produce decine di risultati su testate diverse. Una citazione inventata produce un solo risultato: l’articolo che stai leggendo. Lo stesso vale per gli studi scientifici. Se ti dicono “lo dimostra uno studio del 2023”, prendi il titolo dello studio e cercalo su PubMed, il database pubblico della letteratura medica mondiale, o su Google Scholar. Se quello studio non esiste lì, non esiste affatto. Dieci secondi.

Cinque. I numeri.

Se l’articolo parla di “milioni di morti nascosti dai governi”, controlla le tre fonti che gestiscono davvero la contabilità delle epidemie: il sito dell’Istituto Superiore di Sanità per l’Italia, dell’ECDC per l’Europa, dell’OMS per il mondo. Aggiornano i dashboard ogni ventiquattro o quarantotto ore. Un’epidemia di proporzioni globali non passa mai inosservata sui loro portali. Se questi tre tacciono, l’allarme è una bugia. Cinque secondi.

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Sei. Le parole-spia.

I titoli della disinformazione seguono pattern statisticamente ricorrenti. Otto espressioni dovresti riconoscere a colpo d’occhio come bandiere rosse:

  • “Scioccante”
  • “La verità nascosta”
  • “Quello che non ti dicono”
  • “Big Pharma non vuole che tu sappia”
  • “Plandemic”
  • “Bioarma”
  • “Cure miracolose”
  • “Allarme mondiale”

Non significa automaticamente falso. Significa: alza il livello di guardia, controlla ogni dettaglio. Cinque secondi.

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Sette. Hanno già smentito?

Cerca due parole del titolo su Facta, sul fact-checker italiano Pagella Politica, sulla sezione fact-checking di Open, sul database europeo EDMO. Se la bufala è in circolazione da qualche ora, c’è già la smentita pronta. Sette secondi. Risposta immediata.

E un’ultima arma extra, da tenere nella manica.

Wayback Machine. È un archivio gratuito di internet che conserva la storia di siti, pagine e profili social. Quando vedi uno screenshot di un tweet “profetico” che avrebbe previsto tutto anni fa, vai su Wayback Machine, cerca lo storico dell’account, e quasi sempre scopri che la cronologia è stata ripulita di colpo qualche giorno prima. Era successo per il famigerato “tweet del 2022” che avrebbe annunciato l’hantavirus 2026, smontato in trenta secondi da StatNews.

Sessanta secondi totali. Sette mosse. Più una. Smonti il novanta per cento delle bufale sanitarie del pianeta.

Lo Stato italiano, nel 2025, ha approvato la legge 132 sull’intelligenza artificiale, che ha introdotto nel codice penale l’articolo 612-quater: da uno a cinque anni di carcere per chi diffonde deepfake. Una norma che serve, importante contro il revenge porn digitale e i deepfake che colpiscono persone specifiche. Ma quell’articolo non tocca la macchina industriale che produce mappe false su Como, finti pazienti italiani su TikTok, falsi documenti Pfizer riciclati per ingannare. Quella macchina resta libera, finanziata dalla pubblicità programmatica che si aggancia automaticamente al traffico.

L’unica difesa, oggi, sei tu. Sessanta secondi. Sette mosse.

Stampala, questa lista. Mandala a tua madre. Insegnala a tuo zio. Appiccicala sul frigo se serve.

Perché contro l’epidemia di disinformazione di cui parla Ciccozzi non arriverà nessun vaccino dall’alto.

Arriverà solo il tuo dito.

Premuto due secondi sull’immagine.

Per andare a vedere, finalmente, da dove viene davvero.

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