Il ko maturato ai calci di rigore contro la Bosnia condanna l’Italia a rinunciare ai Mondiali per la terza edizione consecutiva. Il fallimento annunciato riapre il dibattito su un Paese ormai privo di identità.
A 20 anni dal magico successo di Berlino, l’Italia resterà a guardare per la terza volta consecutiva il Mondiale previsto in estate. Dopo Russia 2018 e Qatar 2022, anche la competizione prevista tra Canada, USA e Messico sarà orfana degli Azzurri, battuti ed umiliati dalla coriacea Bosnia, che tornerà al Mondiale per la prima volta dal 2014. L’ennesima pessima figura è lo specchio di un sistema che ha fallito, e che va rifondato a partire dai vertici.
Come se non bastasse, il presidente della FIGC, Gabriele Gravina, non ha annunciato le dimissioni nel dopo-partita, sminuendo gli altri sport in cui l’Italia è un paese vincente, come la F1, la MotoGP, il tennis e le discipline olimpiche. Il calcio è diventato la fotografia del nostro paese, in cui personaggi loschi hanno sempre la meglio su chi è dotato di grandi competenze. E tutto parte, come in ogni grande crisi, da molto lontano.
Italia, l’addio al sogno Mondiale è il risultato di tanti fattori
A seguito del naufragio dell’Italia nel match contro la Bosnia, Fabio Caressa si è reso protagonista di un’analisi molto lucida, che permette di aprire un lungo discorso su ciò che ha condotto all’ennesima eliminazione dal Mondiale. Il calcio italiano è sostanzialmente morto dopo la vittoria del 2006, quando la Nazionale era divenuta un punto di riferimento assoluto. Da quel momento in avanti, si è assistito ad un tracollo dei talenti, e solo un miracolo, nel 2021, ha consentito al tandem composto da Roberto Mancini e da Gianluca Vialli di mettere la mani sull’Europeo.
⏱️ 𝐑𝐈𝐒𝐔𝐋𝐓𝐀𝐓𝐎 𝐅𝐈𝐍𝐀𝐋𝐄
🇧🇦🇮🇹 #BosniaItalia 1-1 (5-2 d.c.r.)
15’ #Kean; 79’ Tabakovic#Nazionale #Azzurri #VivoAzzurro pic.twitter.com/NSipsUQdrj— Nazionale Italiana ⭐️⭐️⭐️⭐️ (@Azzurri) March 31, 2026
Ma quali sono le cause di una situazione tanto negativa per una delle Nazionali più vincenti di sempre? Come in ogni grande crisi, tutto inizia dalle radici. I settori giovanili e le scuole calcio necessitano di riforme ben precise, essendo amministrate da educatori/allenatori che hanno perso il contatto con la realtà, e che mirano solamente ai successi personali. Inoltre, c’è da aggiungere anche i costi divenuti proibiti per le famiglie, che spesso non possono permettersi di sostenere spese importanti come l’iscrizione alle scuole calcio.
Come in molti altri settori, l’Italia è rimasta in grave ritardo sullo scouting, sul marketing e sulle gestioni dei settori giovanili, che si traducono poi in una scarsa valorizzazione dei giovani. All’estero, i talenti vengono esaltati e mandati in campo anche giovanissimi, preferendo degli stranieri (definiti da Caressa nella loro quasi totalità “inutili”), ritenuti più affidabili.
Inoltre, l’Italia è un paese in cui i diritti televisivi sono meno redditizi rispetto ad altri paesi, senza dimenticare il problema delle infrastrutture, come gli stadi logori e meno attrattivi per gli sponsor. In generale, è corretto affermare che la Nazionale di calcio sia lo specchio di un paese ormai in rovina, che ha paura di innovare, e che si avvia ormai verso un punto di non ritorno. Con queste premesse, se non si procede ad un drastico quanto immediato cambiamento, anche il Mondiale del 2030 resterà un’utopia.
