Sanremo, da evento unico a “tappabuchi” del palinsesto Rai: perché frantumare il Festival in mille spin-off è un errore gravissimo

Dopo la finale di Sanremo al Teatro Ariston rimane di solito il vuoto della conclusione di un evento circoscritto in cinque giorni vissuti fin troppo intensamente dal popolo italiano. Eppure la ‘settimana santa’ non si può più definire tale. Il Festival sembra essere diventato un ‘tappabuchi’ che la RAI sfrutta in ogni modo possibile in palinsesto, da Rai 1 a Rai 2, fino alle piattaforme digitali.

Arisa ha pronunciato la frase: “Sanremo è come il maiale, non si butta via niente”. Ma se mangi la stessa pietanza ogni giorno, perdi il gusto del banchetto. Il servizio pubblico, guidato dalla visione di Carlo Conti e dalle nuove strategie di Viale Mazzini che prevedono Stefano De Martino per il prossimo anno, ha deciso di non spegnere mai i riflettori sulla kermesse. Questa scelta sta trasformando un’eccellenza culturale in un “prodotto” industriale da infilare in ogni spazio libero. È un’operazione che minimizza il valore del brand.

Guardiamo i fatti recenti. Solo una settimana dopo la vittoria di Sal Da Vinci con la sua “Per sempre sì”, lo abbiamo rivisto in prima serata a Sanremo Top. Non è stata una celebrazione, ma un riciclo. Il risultato? Uno share del 19,9%, battuto dall’ultima puntata di C’è posta per te su Canale 5. Nemmeno l’effetto trascinamento del vincitore ha salvato un format che sapeva di già visto. La presenza di Elettra Lamborghini, divisa tra Boss in incognito e la nuova Canzonissima di Milly Carlucci, conferma il sospetto. La Rai sta usando i talenti del Festival Il problema non sono i singoli programmi. Il problema è la saturazione del mercato. Quando Amadeus ha rivoluzionato il Festival, lo ha fatto rendendolo un evento discografico globale. Ora, questa spinta viene frantumata in mille spin-off. Tra Sanremoinfiore, i collegamenti radiofonici costanti e l’annunciato Sanremo Estate di agosto, il rischio è l’effetto rigetto.

Sanremo
Carlo Conti a Sanremo – tuttonotizie.eu

La morte dell’attesa: se il Festival di Sanremo è ovunque, non è da nessuna parte

Frantumare il Festival di Sanremo in mille pezzi è un errore gravissimo. Il motivo è l’aura della kermesse. Un evento è tale perché accade raramente. La forza del Festival risiede nella sua capacità di fermare l’Italia per una settimana. Se quell’energia viene spalmata su dodici mesi, la tensione si spezza. Il pubblico sta già dando segni di stanchezza. La musica vive di cicli, di pause e di ritorni. Se la hit di Sal Da Vinci verrà suonata incessantemente da febbraio ad agosto tra ospitate e spin-off, quando arriverà l’Eurovision Song Contest saremo già esausti. Avremo solo voglia di cambiare canale per trovare qualcosa di nuovo.

La nuova convenzione siglata con il Comune di Sanremo nell’estate 2025 obbliga la Rai a produrre eventi costanti, ma è un vincolo burocratico che distrugge la creatività. Stefano De Martino erediterà un marchio usurato. Dovrà gestire un pubblico che associa l’Ariston alla routine, non più all’evento. Trasformare il palcoscenico più importante d’Italia in uno studio televisivo qualunque è un peccato. La strategia del Sanremo permanente svilisce il lavoro di autori e interpreti. Un artista ha bisogno di sparire e chiudersi in studio per poter tornare con qualcosa di importante da dire. La Rai – dal canto suo – dovrebbe avere il coraggio di confinare il Festival alla settimana santa. Se tutto diventa Sanremo, allora nulla è più Sanremo.