Le libere donne su Rai 1, il retroscena di Grace Kicaj: “Ho una fobia che mi ha tormentata sul set”

Il debutto de Le libere donne su Rai 1 ieri in prima serata ha scosso le coscienze dei telespettatori. Non è la solita fiction, ma un vero e proprio urlo di dolore che arriva dal passato. La regia di Michele Soavi ci porta nella Lucca del 1942. L’Italia è stretta nella morsa del regime fascista e della Seconda guerra mondiale. Ma la guerra più feroce si combatte dietro le sbarre del manicomio di Maggiano.

La scena d’apertura della fiction cui abbiamo assistito ieri sera è un colpo allo stomaco. Margherita Lenzi, interpretata da una straordinaria Grace Kicaj, appare senza vestiti sul sagrato del Duomo di San Martino. È ferita, sporca e disperata. Il suo non è un atto di follia, ma di ribellione contro un marito violento, l’avvocato Filippo Lenzi. Eppure, la società dell’epoca non accetta la fuga di lei e la diagnosi è immediata (e ingiusta): follia.

Margherita finisce così nel manicomio di Maggiano. Qui le pazienti vivono in condizioni semplicemente disumane. Non ci sono gli psicofarmaci, ma esistono solo i metodi forti come l’elettroshock, le camicie di forza e le docce gelate. All’interno di quest’inferno arriva il dottor Mario Tobino. Lino Guanciale presta il volto allo psichiatra realmente esistito, autore del capolavoro Le libere donne di Magliano cui appunto la fiction è ispirata. Tobino è appena tornato dal fronte e non accetta la violenza della direzione sanitaria del centro. Nel cast appaiono anche altri attori di spessore, oltre ai due protagonisti, da Gaia Messerklinger che interpreta Paola Levi, una staffetta partigiana che collega il manicomio alla Resistenza a Fabrizio Biggio che sorprende per la prima volta in un ruolo drammatico, quello del dottor Guido Anselmi. E poi c’è Simona Caparrini che incarna la terribile Vittoria Lenzi. La produzione di Rai Fiction ed Endemol Shine Italy, con il supporto della Toscana Film Commission, ha ricostruito un’atmosfera soffocante e realistica.

Le libere donne: il coraggio di Grace Kicaj e la verità dietro le “donne perdute”

Durante l’Italian Global Series Festival – il festival delle serie che ha avuto luogo la scorsa estate a Riccione – è emerso un dettaglio toccante. Grace Kicaj ha rivelato una fragilità nascosta. L’attrice ha confessato di avere una profonda fobia dell’acqua. Eppure, la sceneggiatura prevedeva sequenze acquatiche complesse e simboliche. “È stata l’unica vera difficoltà”, ha dichiarato l’interprete di Margherita. Grace ha affrontato il suo terrore per onorare la memoria delle donne recluse.

Le libere donne
Grace Kicaj, Margherita ne Le libere donne all’Italian Global Series Festival – foto esclusiva tuttonotizie.eu

La sua performance è fortissima. Margherita non urla solo per sé stessa, ma anche per Lella, per Gabi e per tutte le internate di Maggiano. Molte di queste donne non erano malate, ma solo “diverse”. Erano figlie ribelli, mogli infedeli o madri che non volevano sottostare alle leggi del patriarcato fascista. Il manicomio era lo strumento per farle sparire.  Mario Tobino, nel finale della prima puntata, compie una scelta pericolosa. Diventa un investigatore. Scava nei documenti riservati. Scopre che la follia di Margherita è una cospirazione familiare. Il marito voleva solo mettere le mani sulla sua eredità. I medici compiacenti hanno firmato condanne a vita per denaro. Tobino capisce che la sua missione non è più curare, ma liberare. Da qui il titolo della fiction Rai.


La serie evento di Rai 1 ci costringe a guardare nell’abisso. L’interpretazione di Lino Guanciale è già potente dalla prima puntata. Il suo Tobino è un uomo moderno in un mondo arcaico. Il pubblico è rimasto colpito sin dai primi frame di questa memoria collettiva.  Il coraggio di Grace Kicaj nel superare i propri limiti riflette quello delle protagoniste. La sua Margherita Lenzi è il simbolo di una femminilità che non si piega alla dura legge della vita. Anche quando il corpo è prigioniero, la mente cerca la verità e la speranza.