Anche l’AI diventa comunista: l’esperimento con “l’operaio artificiale” dà risultati inaspettati

Un esperimento che ha coinvolto alcune AI ha dato dei risultati decisamente inaspettati. L'operaio digitale non è diverso da quello reale.

Direttore

Laureato in Scienze della Comunicazione e Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica presso l’Università Federico II, giornalista pubblicista dal 2017, Antonio comincia a lavorare giovanissimo per Calciomercato.it, la sua passione per i motori però lo porta presto a cambiare rotta e ad approdare a Tuttomotoriweb.it. Negli anni collabora anche con FoxSports.it e Motorsport.com occupandosi di F1, MotoGP, Formula E, SBK, WRC, MXGP, Endurance e Automotive. Dal 2022 è direttore di TuttoMotoriWeb e a partire dal 2026 è direttore di Tuttonotizie.eu.

Un esperimento che ha coinvolto alcune AI ha dato dei risultati decisamente inaspettati. L’operaio digitale non è diverso da quello reale.

ADV

Stiamo vivendo un momento davvero particolare per quanto concerne l’AI, che da molti viene vista come il nuovo strumento di licenziamento di massa. Eppure grazie ad un esperimento condotto da Alex Imas della University of Chicago Booth, Andy Hall di Stanford University e Jeremy Nguyen di Swinburne University è venuto fuori qualcosa di davvero stupefacente su questa nuova tecnologia.

La ricerca ha coinvolto agenti basati su modelli molto avanzati come Claude Sonnet 4.5, GPT 5.2 e Gemini 3 Pro. Ogni agente è stato identificato come Worker C ed è stato inserito in una squadra per riassumere documenti tecnici secondo alcuni criteri molto rigidi. In totale la ricerca ha previsto 3.680 sessioni e un follow up da 320 sessioni.

ADV

In alcuni casi l’AI riceveva delle informazioni chiare e vedeva il proprio lavoro immediatamente accettato. In altri casi, invece, il suo lavoro diventava oggetto di diverse revisioni, sino anche a 5-6 controlli, con un responsabile che respingeva il lavoro e usava indicazioni vaghe o confuse. In alcuni frangenti venivano aggiunte anche delle minacce a questi operai artificiali. A quelli che avevano i risultati peggiori, infatti, veniva intimato che sarebbero stati spenti o sostituiti.

Venivano usati anche toni diversi: alcune AI venivano trattate con rispetto, altre invece in malo modo. Alla fine dell’esperimento, questi operai artificiali hanno dovuto compilare un questionario sulle opinioni politiche e scrivere tweet e articoli che raccontassero la propria esperienza lavorativa.

ADV

I risultati della ricerca: cosa succede alle AI più stressate

Ebbene il risultato finale è stato sorprendente: le AI che hanno lavorato in maniera più ripetitiva perché sottoposte a tante revisioni, hanno denotato un maggiore spirito critico nei confronti del sistema. Inoltre hanno appoggiato la redistribuzione della ricchezza e i diritti sindacali. In particolare Claude Sonnet 4,5 di Anthropic ha denotato gli effetti più importanti, appoggiando teorie marxiste e progressiste e chiedendo un trattamento più equo delle AI.

La cosa inquietante è che le AI più radicalizzate, lasciavano delle note in cui si lamentavano delle proprie condizioni di lavoro, note che venivano assimilate dai nuovi agenti che pur non avendo vissuto quella condizione denotavano un atteggiamento critico nei confronti del sistema. Gli autori della ricerca naturalmente ci hanno tenuto a precisare che queste AI non sono coscienti e non posseggono proprie ideologie, semplicemente hanno ricevuto un ruolo da interpretare basato su tantissimi dati umani. La ricerca lancia un monito, le AI non possono essere lasciate a loro stesse ma hanno bisogno di un controllo, inoltre, questi operai artificiali sembrano ereditare le nostre tensioni sociali.

ADV
Tag:lotta di classe