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Avinoam Shalem, neodirettore dell’American Academy: «Amo il disordine di Roma» – Tutto Notizie

Attualità 

7 Febbraio 2021 NotizieTT

A cosa serva un’accademia straniera in una città come Roma è una domanda cui può rispondere il ventiquattresimo direttore dell’American Academy, Avinoam Shalem. Nato nel 1959 ad Haifa, Israele, docente di arte islamica alla Columbia University dopo aver ricoperto lo stesso incarico nelle università di Monaco e Tel Aviv, nonché consulente della Fondazione Getty, Shalem poco prima di Natale si è insediato al Gianicolo, nella villa in cui dal 1894 ha sede questa istituzione statunitense che vive di fondi privati. La sua specializzazione è in arte araba del bacino mediterraneo con riferimento all’alto Medioevo, e ciò spiega cosa, una nomina come la sua, può aggiungere alla percezione che Roma ha di sé stessa. «La mia designazione — racconta — è il segnale che si vuole intendere la capitale italiana non più solo come il centro della classicità, ma come punto nevralgico di tutta l’area mediterranea. Del resto, pensando all’Impero romano, ricordiamoci che arrivava in Siria e in Marocco, per non dire dell’Impero d’Oriente con i territori bizantini poi islamizzati».

Con lei sono arrivati anche i 22 vincitori del Rome Prize 2020, borsa di studio per ricercatori e artisti, e le quattro borsiste dell’Italian Fellowship. Come si svolgeranno le attività dell’Accademia in un anno particolare come questo?
«Ovviamente ci muoviamo in osservanza delle disposizioni del governo italiano contro la diffusione del virus. Ad esempio i consueti “Friday walks”, le passeggiate alla scoperta della città, sono stati sospesi. Ma questo non ci fermerà. Qualche giorno fa ho portato un gruppo di borsisti in biblioteca. Abbiamo preso Description de l’Égypte, opera scritta da oltre cento studiosi durante la campagna di Napoleone in Egitto, e parlato delle spedizioni scientifiche, di quanto fosse grande il mondo e di quanto c’è ancora da scoprire».

Cosa porterà all’American Academy il punto di vista di uno studioso di arte araba?
«In una prospettiva storica quella araba è lo sviluppo della cultura visiva tardoclassica. La classicità ha vissuto nella cultura orientale del Medioevo, come nella Baghdad degli Abbasidi o in Arabia saudita. Guardando a oggi credo che si debba favorire il dialogo tra Europa e Islam, soprattutto attraverso il Mediterraneo e la sua storia che ancora oggi si racconta sbilanciata verso occidente».

Prossime iniziative?
«In un anno accademico che abbiamo voluto dedicare all’Etica, il 23 febbraio parleremo di Città coloniali e cittadinanza imperiale con le studiose Mary T. Boatwright e Mia Fuller. A primavera è in programma una conferenza sulla memoria delle città, ma vorrei anche parlare della moschea di Roma, tra le più importanti d’Europa e, perché no, del Museo di arte orientale cittadino».

7 febbraio 2021 | 10:08

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